La distruzione. La violenza. La morte.

La notte dei mostri che sbranano l’intruso, il diverso, l’incomprensibile. 

“Ne uccide più la lingua che la spada” e, se è vero che  “l’inferno sono gli altri”,  i mostri talvolta siamo noi. 

Chissá se per ultimo ha visto sangue, bastone o cielo
se dalla mascella scassata
è uscito un grido 
o un respiro
e se il cuore è scappato 
dal petto sfondato 
come il cervello dal cranio
o se è rimasto ancora ostinato 
a battere il tempo ai rantoli 
di un’ultima, disperata
immensa preghiera
Mentre la sabbia si faceva spugna per il sangue 
e inghiottiva le tracce infami
delle ruote processionarie

avanti e indietro
indietro e avanti –
l’orgia di mosche e granchi
stava per cominciare
e così quella dei cani
di saliva, guaiti, ululati
e carne da sbranare
magari sui giornali
Troppo forte urlavano

e troppo tardi –
perché fosse dolore
ma non per essere ascoltati piangere
e piangersi 
ad ogni funerale
grattarsi e grattare 
pruriti immondi
e preghiere oltraggiose 
per chi pregava 
un altro Dio 
o nessuno 
o tutti 
ma di certo non il loro
Intanto i sussurri osceni 
dei bar, delle corriere 
chiedevano altra carne da ingoiare
altra storia da sporcare 
altra vita da violare

“Chissà come godeva…
lo dava o lo pigliava?”